Charlotte versus Jane. Lotta tra titani?

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In tutte le sue storie, Jane Austen sfida costantemente i suoi lettori attraverso un’acuta e sottile ironia. Adotta una serie di espedienti linguistici, comuni in poesia ma meno in prosa. E il primo di questi espedienti narrativi è proprio l’ironia[1].

“L’arguzia di Jane Austen ha come alleata la perfezione del suo gusto. Lo stupido è proprio uno stupido, lo snob è un autentico snob, perché abbandona il modello di buonsenso che lei ha in mente, e ce lo trasmette in un modo inequivocabile anche quando ci fa ridere. Mai nessun altro romanziere ha fatto tanto uso di un impeccabile senso dei valori umani. È appunto sul bersaglio di un cuore infallibile, di un buongusto perfetto, di una quasi austera moralità, che lei ci fa vedere queste deviazioni dalla bontà, dalla verità e dalla sincerità, che sono fra le cose più belle della letteratura inglese”[2].

JaneJane Austen può essere considerata dai più un’autrice che che ci ha regalato pagine deliziose e piacevoli, eppure lo scopo dei suoi romanzi, quando non è la pura narrazione, è certamente mostrare le circostanze sociali che hanno reso i suoi personaggi così ansiosi di aiutare i più poveri e di evitare loro stessi l’indigenza. Per la studiosa Drabble[3] la Austen non è come Charlotte Brontë, la cui amarezza in Shirley è feroce e violenta. Il suo registro è più vicino a un’altra romanziera, Elizabeth Gaskell. Drabble dimostra che la Gaskell narra di una “genteel poverty” delle vecchie signore di Cranford. In effetti, sia la Austen che la Gaskell manifestano una “educata, borghese ostilità verso l’aristocrazia” e un “piacere nelle banalità della vita di ogni giorno”[4], che entrambe descrivono con ironia e sagacia.

“Nella sua commedia d’ambiente borghese e aristocratico provinciale, la Austen è grande come il più gran romanziere che abbia mai dato fondo a cielo e terra [...]. I suoi individui sono sempre in funzione di una società”[5].

Charlotte Brontë scrisse[6] che Jane Austen evitava le passioni. In un paio di lettere si lascia sfuggire commenti sul lavoro di Jane. Al suo amico George Lewes, il 12 gennaio 1848 chiede come mai gli piaccia tanto Miss Austen:

Che cosa vi ha indotto a dire che avreste preferito scrivere Orgoglio e pregiudizio o Tom Jones più di uno qualsiasi dei romanzi di Waverley? Non conoscevo Orgoglio e pregiudizio prima di aver letto quella vostra frase, e allora mi sono procurata il libro e l’ho studiato. E che cosa ci ho trovato? Un accurato e minuzioso ritratto di un volto ordinario; un giardino ben recintato e accuratamente coltivato, con confini ben delimitati e fiori delicati – ma nessun accenno a una fisionomia brillante, vivida – niente spazi sconfinati – niente aria aperta – nessuna collina azzurra – nessun torrente impetuoso. Non mi piacerebbe certo vivere con le sue dame e gentiluomini nelle loro case eleganti ma limitate. Queste osservazioni probabilmente vi irriteranno, ma correrò il rischio.

Posso capire l’ammirazione per George Sand, poiché, sebbene non ci sia nessuna delle sue opere che mi piaccia totalmente (anche “Consuelo”, che è la migliore, o almeno la migliore di quelle che ho letto, mi sembra mettere insieme un’insolita stravaganza e una straordinaria eccellenza) ha una padronanza intellettuale che, se non riesco a comprendere appieno, sono in grado di rispettare pienamente; è sagace, è profonda; Miss Austen è solo pungente e osservatrice. Mi sbaglio io, o siete stato troppo frettoloso in quello che avete detto?

charlotteDue anni dopo, scrive a William Smith Williams:

Con la stessa attenzione ho letto una delle opere di Miss Austen, “Emma”; l’ho letta con interesse e con quel giusto grado di ammirazione che la stessa Miss Austen avrebbe ritenuto ragionevole e appropriato; qualsiasi cosa simile al calore o all’entusiasmo, qualsiasi cosa di vigoroso, intenso, che viene dal cuore, sarebbe assolutamente fuori posto nell’elogiare queste opere; dimostrazioni del genere l’autrice le avrebbe accolte con educato sarcasmo, le avrebbe pacatamente derise come eccentriche e stravaganti. Lei svolge curiosamente bene la sua missione di delineare la superficie della vita della piccola nobiltà di campagna inglese; c’è una fedeltà simile alle porcellane cinesi, una minuziosa delicatezza nel tratto; non turba il lettore con nulla di veemente, non lo disturba con nulla di profondo; le passioni le sono completamente sconosciute; respinge persino un’amicizia superficiale con quella focosa emozione; persino i sentimenti si degna di concederli con non più di un garbo occasionale, ma tenendoli a distanza; una frequentazione eccessiva con essi turberebbe la levigata eleganza dei suoi sviluppi. Ha poco a che fare con il cuore degli uomini, e molto con gli occhi, le bocche, le mani e i piedi; guardare con perspicacia, parlare in modo appropriato, muoversi con duttilità è quanto le interessa studiare, ma ciò che palpita con impeto, anche se nascosto, ciò che rimescola il sangue, ciò che è l’invisibile fondamento della vita e il consapevole traguardo della morte… questo Miss Austen lo ignora; con lo sguardo del suo intelletto, non guarda ai cuori dei suoi simili più di quanto ogni uomo veda, con gli occhi della concretezza, il cuore battergli in petto. Jane Austen era una signora perfetta e molto sensibile, ma una donna molto imperfetta e piuttosto insensibile (non insensata); se questa è eresia… non posso farci niente. Se lo dicessi a certe persone (a Lewes per esempio) mi accuserebbero subito di difendere la magniloquenza esagerata, ma non temo che voi cadiate in un errore così grossolano.

Attraverso le descrizioni che fa dei suoi personaggi infatti “rivela una passione per la struttura letteraria e il potere del narcisismo, e allo stesso tempo la sua assurdità”[7]. In tutti i suoi romanzi, Jane Austen riconosce altresì l’importanza di creare personaggi dagli atteggiamenti, ben riconoscibili al suo tempo, chiari e distinti nei confronti del benessere e della povertà. Charlotte nasce anni dopo Jane e la situazione sociale è mutata, come si evince anche dai romanzi della Gaskell. Ciò che a Charlotte può sembrare superficiale per Jane non lo era affatto. Scontro fra titani? No, solo punti di vista differenti di due immense autrici.



[1] I. Milligan, The English Novel, York Press, York 1988.

[2] V. Woolf, op. cit., p. 41 (traduzione in parte modificata).

[3] M. Drabble, op. cit., p.19.

[4] Ibid.

[5] M. Praz, Storia della Letteratura Inglese, Cap. XVII, Sansoni, Firenze 1960, p. 406.

[6] Lettere di Ch. Brontë a Sir George Lewes, 12 gennaio 1848 e a W.S. Williams, 12 aprile 1850.

[7] J. Todd, The Cambridge Introduction to Jane Austen, Cambridge University Press, Cambridge 2006, p. 7.

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